La produttività, nel lessico del lavoro digitale, ha smesso da tempo di essere solo una misura di efficacia. È diventata un indicatore di valore personale, una qualità morale che distingue chi “sta al passo” da chi resta indietro. Essere efficienti non significa più soltanto organizzare bene il proprio tempo o ridurre gli sprechi, ma dimostrare costantemente di meritare spazio, attenzione e legittimità professionale. In questo contesto, il digitale non si limita a fornire strumenti: costruisce aspettative, rende visibile ogni attività e trasforma il lavoro in una sequenza continua di prove da superare. Il risultato è un ambiente in cui l’efficienza non è più un mezzo per lavorare meglio, ma un fine che orienta comportamenti, scelte e percezione di sé.
Quando lavorare meglio significa lavorare sempre, il confine tra ottimizzazione e sovraccarico inizia a sfumare. Le tecnologie che promettono di far risparmiare tempo spingono spesso a riempirlo, rendendo disponibile ogni momento che prima restava vuoto. La flessibilità si trasforma in reperibilità, l’autonomia in auto-imposizione. L’idea di “fare di più in meno tempo” perde il suo carattere strumentale e diventa una norma implicita, difficile da mettere in discussione. Lavorare in modo efficiente non è più sufficiente se non è accompagnato dalla dimostrazione costante di essere attivi, presenti e reattivi. In questo scenario, il miglioramento continuo non ha un punto di arrivo e il lavoro tende ad espandersi fino a occupare ogni spazio disponibile.
Metriche, app e sistemi di auto-controllo rafforzano questa dinamica rendendo il lavoro misurabile in ogni sua dimensione. Dashboard, indicatori di performance e notifiche trasformano attività complesse in numeri facilmente confrontabili, spingendo a monitorare non solo i risultati ma anche il comportamento quotidiano. Il controllo, una volta esterno, viene interiorizzato: si lavora pensando a come apparirà il proprio impegno nei report, nei log di attività o negli strumenti condivisi. Questa continua quantificazione crea l’illusione di oggettività, ma spesso semplifica eccessivamente il valore del lavoro, privilegiando ciò che è tracciabile rispetto a ciò che è significativo. Il rischio è che l’attenzione si sposti dal senso di ciò che si fa alla necessità di dimostrare di farlo senza interruzioni.
Il confine sempre più sottile tra impegno e ossessione emerge quando la produttività smette di essere uno strumento e diventa un criterio identitario. Lavorare con dedizione viene progressivamente confuso con la necessità di essere sempre operativi, disponibili e misurabili. La pausa assume i contorni di una colpa, la lentezza diventa inefficienza, il limite personale un difetto da correggere. In questo quadro, l’impegno perde la sua dimensione qualitativa e si trasforma in una tensione continua a dimostrare valore attraverso l’attività incessante. L’ossessione non nasce da un eccesso di lavoro in sé, ma dall’impossibilità di sottrarsi alla sua valutazione costante, che rende difficile distinguere tra ciò che è sostenibile e ciò che viene semplicemente richiesto.
Riconoscere la natura tossica di questa idea di produttività è il primo passo per ridarle una dimensione sostenibile. Nel mondo digitale, l’efficienza non dovrebbe coincidere con la disponibilità permanente né con la misurazione continua di ogni gesto, ma tornare a essere un mezzo per lavorare meglio e non di più. Ripensare il valore del lavoro significa accettare che non tutto ciò che conta è tracciabile e che la qualità richiede anche tempi vuoti, margini di errore e momenti di disconnessione. Senza questo cambio di prospettiva, il rischio è di continuare a confondere performance e valore personale, alimentando un modello che consuma energie invece di preservarle e che rende la produttività un fine che logora invece di sostenere.
